LA COOPERAZIONE TUNISO-ITALIANA PER IL
PATRIMONIO ARCHEOLOGICO
Sessanta più uno: la cooperazione tuniso-italiana per il patrimonio archeologico tunisino è una matura e di stinta signora dallo spirito e dall’energia molto giovanili. Nel 2025 un’intensa due giorni (23-24 aprile) di incontri e discussioni ha consentito di fare il punto sul suo primo mezzo secolo (abbondante) di vita, protagoniste le missioni, e soprattutto le équipes, che hanno fatto la storia della collaborazione fra la Tunisia e l’Italia nel campo dell’archeologia, affiancate dalle missioni più giovani e da quelle neonate. Anche in ragione del successo di quella iniziativa l’Institut National du Patrimoine tunisino e l’Ambasciata Italiana hanno deciso di riproporla nel 2026 (27-28 aprile), in una versione aggiornata (Restauro Tunisie), con focus sui temi della conservazione e della valorizzazione. E con una importante novità, nella forma di una sessione di lavoro interamente dedicata ad un nutrito gruppo di imprese italiane attive nei settori del restauro, dell’ingegneria e della cooperazione internazionale: una preziosa occasione per far incontrare competenze, esperienze e bisogni, un seme gettato in un terreno fertile e che promette di dare ottimi frutti. Se quella del 2025 faceva il punto sulla situa zione e sulle prospettive della ricerca archeologica sul terreno, l’edizione 2026 pone al centro dell’attenzione un tema con il quale ogni ricercatore è chiamato a confrontarsi: il contributo che dalla ricerca umanistica può venire alla conservazione del patrimonio culturale materiale. La risposta è semplice, per gli addetti ai lavori; non c’è buona conservazione senza buona ricerca. Ma non c’è ricerca senza conservazione, su due piani: della materia e della memoria.
Coerentemente con questa impostazione, le comunicazioni scientifiche della nuova edizione vedono presenti soprattutto i progetti che per vocazione (quali, fra questi, i due progetti di cui è partner l’Università di Bologna, Thuburbo Maius, e Peindre) sono stati sin dall’inizio orientati alla ricerca per la conservazione e la valorizzazione (e per la formazione al patrimonio). Nell’attesa di conoscere gli esiti i lavori delle due giornate, che si preannunciano non meno intense di quelle del 2025, vale la pena di ricordare come quell’energica sessagenaria che è la cooperazione tuniso-italiana per l’archeologia sia ricca non solo di attività e risultati, ma anche di molti impegni per il futuro prossimo e remoto. Anche grazie alle attività di comunicazione dell’Institut National du Patrimoine e all’eco a quelle assicurata dalla Scuola Archeologica Italiana di Cartagine le informazioni non mancano. Iniziamo con i numeri: nel 2025 sono state quattordici le missioni alle quali il Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale ha con cesso il suo riconoscimento istituzionale e, ove possibile, anche un contributo economico. I loro interessi di ricerca spaziano dalla preistoria all’età medievale, dai principali siti archeologici (Cartagine, Thuburbo Maius, Althiburos) ad altri ancora in gran parte da indagare (Thignica, Numluli) e riguardano la maggior parte dei Governatorati della Tunisia. Alcuni concentrano le energie su un singolo complesso, monumentale (come ad Althiburos, dove continua, con Nabil Kallala e Gilberto Montali, il lavoro dell’Institut National du Patrimoine e dell’Università di Palermo sul teatro, o come a Cartagine, con il progetto codiretto da Hamden Ben Romdhane e da Giovanni Di Stefano). Altri sono con sacrati ad un intero sito (Thignica e Thuburbo Maius, in una prospettiva diacronica; Cartagine, per i nuovi scavi finalizzati dall’Institut National du Patrimoine e da Sapienza Università di Roma all’indagine delle fasi fenicia e punica, codirettori Mounir Fantar e Lorenzo Nigro), o a più ambiti regionali, con un asse tematico trasversale, come è per il progetto di Giulio Lucarini per il Centro Nazionale delle Ricerche. Gli anni 2025 e 2026 hanno visto nascere nuovi progetti e nuovi partenariati.

Nel 2025 l’Università di Venezia Ca’ Foscari si è affiancata all’Università Complutense di Madrid nel partenariato con l’Institut National du Patrimoine nel progetto di scavo e studio dell’oleificio ‘industriale” di Henchir el Begar, nella regione di Kasserine: oggi nell’Africa del Nord il più importante progetto di archeologia della produzione, diretto da Samira Sehili per l’Institut National du Patrimoine con Fabiola Salcedo (Università Complutense di Madrid) e Luigi Sperti (Università di Venezia Ca’ Foscari).

Non meno giovane, ma anche non meno ambizioso, è il progetto che Faouzi Ghozzi per l’Institut coordina con Arianna Traviglia per l’Istituto Italiano di Tecnologia: obiettivo, l’integrazione fra remote sensing e prospezioni di superficie nell’archeologia dei paesaggi. Giovanissimo, ma altrettanto promettente, è il progetto che per il sito di Koustiliya (Tozeur) dal 2026 l’Institut Na tional du Patrimoine, per iniziativa di Mourad Chetoui, con divide con l’Università di Roma Tor Vergata, che con que sta cooperazione inaugura la sua prima mis sione archeologica all’estero, con la direzione di Alessandra Molinari.
Nel 2026 anche il progetto dedicato a Numluli dall’Institut National du Patrimoine e dall’Uni versità di Sassari, e codiretto da Moheddine Chaouali e Alessandro Teatini, ha rinnovato il suo impegno nello studio del sito. Anche grazie all’importante sostegno economico assicurato dal programma Ancient Roma Live una campagna di alcune settimane ha ripreso lo scavo dell’area del foro della città antica, regalando importanti conferme e nuovi rinvenimenti.
Da Uchi Maius a Thignica: tre decenni alla scoperta della valle del Mejerda (Beja).
Una rassegna, seppur veloce, della coopera zione archeologica tuniso‐italiana non può non iniziare con il nome di colui che a pieno titolo va considerato il Decano per parte italiana, Attilio Mastino. Chiunque abbia lavorato, o intenda lavorare, in Tunisia sa bene quanto il successo della cooperazione tuniso‐italiana gli debba, per il suo impegno, la sua generosi tà e i risultati da lui raggiunti: non solo con i progetti dedicati a Uchi

Maius (dal 1995) prima e a Thignica (dal 2017) poi, ma anche con i convegni dedicati all’Africa Romana (ventidue edizioni, dal 1983 ad oggi, con altrettanti, monumentali, volumi di atti), che hanno visto protagonista l’archeologia tunisina, e, nel 2016, della Scuola Archeologica Italiana di Cartagine, di cui è stato Presidente sino al 2025, anno in cui la sua eredità è stata raccolta da Anna Depalmas. Documentazione delle strutture e dei reperti mobili già in luce, saggi di scavo, studio del ricco dossier epigrafico: dal 2017 il sito di Thignica è l’oggetto di un articolato progetto di ricerca, codiretto da Samir Aounallah per l’Institut National du Patrimoine e da Attilio Masti no e Paola Ruggeri per l’Università di Sassari. Alle attività di scavo e di documentazione, che si sono concentrate sul dossier epigrafico e sulla fortezza bizantina, si affianca l’impegno costante nell’edizione scientifica. Fra i risultati più recenti, si segnala il catalogo delle stele di Saturno, che ha visto la luce nel 2024, frutto del lavoro di un’équipe internazionale, che ha coinvolto anche Lamia Ben Abid dell’Université de La Manouba e Bruno D’Andrea dell’Università Carlos III di Madrid.
Henchir el Begal (Kasserine): un distretto rurale specializzato nella produzione dell’olio.
Da un sito urbano (Thignica) si passa ad un contesto rurale con il progetto Begar (https://www.ucm.es/ arqueologiaafricana/mision arqueologica-tunecino espanola), che avviato nel 2023 da Samira Sehili per l’Institut National du Patri moine in collaborazione con Fabiola Salcedo per l’Univer sità Complutense di

Madrid, ha nel 2025 cooptato anche l’Università Ca’ Foscari di Venezia, portando così la cooperazione internaziona le da bilaterale (tuniso ispanica) a trilaterale (tuniso-ispano-italiana). Sito di straordinario interesse, prossimo alle frontiere con l’Algeria, quello di Henchir el Begar, l’antico Saltus Beguensis, è per ora oggetto di esplorazione in due settori, Hr Begar 1 e Hr Begar 2, per una superficie totale di più di trenta ettari. Fra il III e il VI secolo in questa area fu attivo un enorme distretto produttivo specializzato nell’oleicultura, il primo per dimensioni e importanza nella Tunisia romana, il secondo in tutta l’Africa Nord, dopo quelli della Tripolitania. Ad oggi sono stati individuati due grandi torcularia, l’uno con dodici (Hr Begar 1) e l’altro con otto (Hr Begar 2) presse a travi ad albero, oltre che a impianti per la molitura dei cereali, a cisterne e a sistemi di gestione dell’acqua e a tracce di uno o più quartieri abitativi.
Thuburbo Maius fra città e territorio: ricerche e studi per la conservazione e la valorizzazione.
Dal 2022, su iniziativa di Hamden Ben Romdhane, funzionario e ricercatore dell’INP nonché responsabile archeologo per le regioni di El Fahs e Zaghouan, il sito di Thuburbo Maius è stato scelto come caso di studio del progetto avviato dall’Università di Bologna nel 2020 (Alibi Archaeologies and Old Excavations) e sin dai primi passi riconosciuto e sostenuto del Ministero per gli Affari Esteri e la Coopera zione Internazionale. Obiettivo dell’équipe bolognese era quello di mettere a disposizione della cooperazione tuniso italiana l’esperienza maturata nella valorizzazione dei “vecchi scavi” e nell’archeologia degli archivi e dei deposi ti: come i trent’anni di lavoro a Pompei e Ercolano, fra città e territorio, hanno dimostrato, l’azione di recupero e stu dio di quanto già è stato portato alla luce non solo è utile per risanare la grande piaga dell’archeologia contempora nea (gli scavi rimasti inediti), ma è anche base indispensa bile per programmare interventi di conservazione, restau ro e comunicazione che siano efficaci e durevoli. Dal 2022 il sito di Thuburbo Maius è quindi diventato l’oggetto di una cooperazione tuniso-italiana che vede coprotagoniste, al fianco dell’Institut National du Patrimoine, non solo una Università italiana, l’Alma Mater Studiorum di Bologna, con chi scrive, ma anche un’Università tunisina, con la Fa culté des Lettres Arts et Humanités de la Manouba, con Lamia Ben Habid. Come già consueto per la componente italiana dell’équipe, la ricerca archeologica, caratterizzata da un approccio pluridisciplinare, è stata messa al servizio del sito e della sua gestione: l’Institut National du Patrimoi ne ha indicato priorità ed esigenze e su quella base sono state definite le linee di indagine. Il risultato principale, dopo quattro anni di intensa attività sul terreno, è costitui to, oltre che dalla formazione sul campo di alcune decine di studenti tunisini e italiani, e dall’acquisizione di nuovi dati dagli

archivi e dai resti materiali, da corposi dossiers documentari sui quali fondare progetti di con servazione, restauro e presentazione al pubblico. In linea con questa strategia di intervento, i casi di studio sono stati selezionati in relazione al loro ruolo nel sistema dei percorsi di visita del sito: le Terme d’Inverno, la grande cisterna conti gua all’anfiteatro, le Terme d’Estate con la Palestra Petronii, le Case delle Palme e di Nettuno e, soprattutto, nelle immediate prossimità del Foro, la Casa di Nicentius, un complesso che per posizione,

assetto e evoluzione merita uno studio di dettaglio, in agenda per i prossimi anni. Nel frattempo, grazie al lavoro di Nicola Santopuoli (Università di Bologna) e di Tommaso Empler (Sapienza Università di Roma), il progetto ha già assicurato all’Institut National du Patrimoine il progetto preliminare per il restauro del monumento più emblematico del sito, la grande piazza porticata nota come Palaestra Petronii.
Non solo mosaici, e non solo iscrizioni: riscoprire, e rendere visibili, le pareti dipinte della Tunisia romana
Cenerentola dell’archeologia del mondo classico, la pittura parietale romana non ha avuto maggior fortuna in Tunisia. Molto più fragili dei mosaici, gli intonaci dipinti sono quasi invisibili nei musei e nei siti archeologici. Solo di recente nel corso degli scavi si è affermata una nuova attenzione anche per questa componente, non secondaria, dell’architettura antica: dipingere le pareti, con ornati più o meno elaborati, caratterizzava gli spazi, orientava i percorsi, evidenziava le funzioni svolte dai vari ambienti, sia negli edifici pubblici che in quelli privati. Un primo passo in avanti, per la conoscenza (e quindi per la valorizzazione) delle pareti dipinte della Tunisia romana è stato compiuto, poco più di una decina di anni fa, da Alix Barbet, grande protagonista degli studi sulla pittura parietale, dallo scavo al restauro e alla esposizione. La sua monografia ‐ Peintures romaines de Tunisie ‐ è dal 2012 opera indispensabile di riferimento per chiunque voglia occuparsi di questo importante aspetto della cultura decorativa e della produzione artistica antica. Nei depositi dei musei e dei siti tunisini migliaia di frammenti attendono ancora di essere presi in esame e documentati, studiati e valorizzati. Per contribuire a mettere a frutto questo potenziale, Nesrine Nasr, per l’Institut National du Patrimoine, ha invitato l’Università di Bologna, nella persona della Direttrice del Centro Interuniversitario di Studi sulla Pittura Antica (CESPITA) e del Laboratorio di Rilievo e Restituzione, a condividere un progetto dedicato allo studio delle raccolte di intonaci dipinti e di stucco dei Musei Nazionali di Cartagine e del Bardo: PEINDRE. Peintures Decoratives de la Tunisie romaine. Il progetto, che ha già al suo attivo tre campagne sul terreno (cioè, nei depositi dei due musei), ha fra i suoi obiettivi la realizzazione di una esposizione itinerante, in agenda negli anni 2029‐2030.
Antonella Coralini
Università di Bologna
